La salute del Mediterraneo resta una questione delicata, ma gli ultimi dati raccontano anche una storia diversa da quella di un mare ormai compromesso senza possibilità di recupero. Alcuni importanti stock ittici hanno infatti iniziato a ricostituirsi grazie a una gestione più attenta della pesca, alla riduzione della pressione sulle risorse e alla protezione degli habitat più sensibili.
Il quadro, tuttavia, è tutt'altro che risolto. Secondo la Commissione Europea, dal 2017 circa la metà degli stock ittici mediterranei ha avviato un percorso di recupero, mentre i dati più recenti della General Fisheries Commission for the Mediterranean della FAO indicano che nel 2023 il 52% degli stock valutati nella regione del Mediterraneo e del Mar Nero risultava ancora sovra sfruttato. Dieci anni prima la percentuale era dell'87%, a dimostrazione di un miglioramento significativo, ma anche della distanza che resta da percorrere.
Parlare dello stato del Mediterraneo significa quindi evitare sia il pessimismo assoluto sia un facile ottimismo. Il bacino è sottoposto a pressioni molteplici: pesca eccessiva in alcune aree, cambiamenti climatici, aumento delle temperature dell'acqua, introduzione e diffusione di specie non indigene, inquinamento, urbanizzazione delle coste e crescente sfruttamento delle risorse marine. Allo stesso tempo, le politiche di conservazione stanno producendo risultati misurabili.
Il rapporto State of Mediterranean and Black Sea Fisheries 2025, elaborato con il contributo di oltre 700 esperti, evidenzia che tra il 2013 e il 2023 la pressione di pesca complessiva è diminuita del 50% e la biomassa delle specie commerciali sottoposte a valutazione è aumentata del 25%. Nel medesimo periodo è cresciuta anche la quota di stock considerati sfruttati in modo sostenibile.
Sono numeri importanti perché dimostrano che le condizioni di un ecosistema marino non sono immutabili. Quando la pressione viene ridotta e le decisioni vengono costruite sulla base delle conoscenze scientifiche, le popolazioni ittiche possono reagire. Il recupero non è immediato e non interessa tutte le specie nello stesso modo, ma l'esperienza degli ultimi anni dimostra che una strategia coordinata può modificare concretamente la traiettoria di un ecosistema.
Per comprendere la situazione attuale bisogna però partire dal problema che per decenni ha rappresentato una delle principali minacce per le risorse ittiche mediterranee: lo sfruttamento superiore alla capacità naturale delle popolazioni di rinnovarsi. Pescare non significa necessariamente impoverire il mare. Il problema nasce quando il prelievo supera per periodi prolungati la quantità di pesce che una popolazione riesce a produrre attraverso la crescita e la riproduzione.
Il concetto di pesca sostenibile si basa proprio su un equilibrio di questo tipo. L'obiettivo non consiste nell'eliminare l'attività di pesca, che rappresenta una fonte di alimentazione, reddito, occupazione e identità culturale per numerose comunità costiere, ma nel mantenere le popolazioni ittiche entro livelli che consentano loro di continuare a riprodursi.

Uno degli indicatori utilizzati dagli organismi scientifici è il rendimento massimo sostenibile, generalmente indicato con l'acronimo MSY. In termini semplici, si tratta del livello di cattura che può essere mantenuto nel tempo senza compromettere la capacità dello stock di rinnovarsi. Quando la mortalità causata dalla pesca scende entro livelli compatibili con tale obiettivo, aumenta la possibilità che la biomassa presente in mare torni a crescere.
Gli ultimi dati disponibili sulla salute del Mediterraneo mostrano segnali incoraggianti. La FAO-GFCM rileva che tra il 2013 e il 2023 il rapporto tra mortalità da pesca e livello considerato sostenibile è diminuito in maniera consistente, mentre la biomassa complessiva delle specie commerciali valutate è aumentata del 25%. Nel 2023, acciuga europea, gambero rosa di profondità e sogliola comune risultavano, a livello regionale, tra gli stock valutati come sfruttati in modo sostenibile.
Le condizioni cambiano da una sotto area all'altra e persino tra popolazioni appartenenti alla stessa specie. Adriatico, Mediterraneo occidentale, Mediterraneo centrale e orientale possono rispondere in modo diverso alle misure di gestione, mentre le caratteristiche biologiche delle singole specie rendono alcuni stock più vulnerabili di altri.
L'Adriatico offre comunque alcuni esempi particolarmente significativi. La sogliola comune, sottoposta a misure di gestione, ha registrato dal 2019 una riduzione del 42% della mortalità da pesca accompagnata da un aumento del 64% della biomassa. Anche il nasello dell'Adriatico è tra gli stock per i quali la gestione ha portato la mortalità da pesca sotto il livello associato al rendimento massimo sostenibile.
La notizia positiva non riguarda quindi soltanto la quantità di pesce presente nei mari. Quando una popolazione aumenta, possono migliorare anche le sue prospettive riproduttive e la capacità dell'ecosistema di sostenere attività economiche nel lungo periodo. Un mare più produttivo non è necessariamente in contraddizione con una flotta economicamente attiva: l'obiettivo delle politiche di gestione consiste proprio nel trovare un punto di equilibrio tra conservazione e utilizzo delle risorse.
Naturalmente, il dato secondo cui il 52% degli stock valutati resta sovra sfruttato non può essere ignorato. Il miglioramento rispetto all'87% di un decennio fa è notevole, ma più della metà degli stock sottoposti a valutazione si trova ancora al di sopra dei livelli di sfruttamento considerati compatibili con una gestione sostenibile. La fase attuale deve quindi essere interpretata come un periodo di transizione, non come la conclusione del percorso di risanamento.
Il recupero degli stock non è arrivato spontaneamente. Dietro ai risultati ottenuti negli ultimi anni c'è un insieme di misure che agiscono su aspetti differenti dell'attività di pesca. Tra queste rientrano i piani pluriennali di gestione, le restrizioni temporali e spaziali, le aree di pesca regolamentata, le limitazioni allo sforzo di pesca, le quote o gli altri strumenti di controllo delle catture, oltre al miglioramento delle tecniche utilizzate dalle flotte.
Il fermo pesca rappresenta uno degli strumenti più facilmente comprensibili anche per il pubblico. Imporre una sospensione temporanea dell'attività in determinati periodi significa ridurre la pressione esercitata sulle popolazioni quando una limitazione delle catture può favorire processi biologici importanti, come la riproduzione o la crescita dei giovani individui.
Il suo funzionamento, però, non deve essere interpretato in modo semplicistico. Non esiste un unico periodo valido per tutto il Mediterraneo né una misura capace da sola di risolvere il problema del sovrasfruttamento. La gestione deve tenere conto delle specie presenti, della loro biologia, delle caratteristiche degli habitat, delle tecniche di pesca e delle condizioni locali.
Il valore di una sospensione temporanea cresce soprattutto quando viene inserita in un sistema più ampio. Il rapporto FAO-GFCM 2025 segnala che nell'ultimo decennio sono stati adottati 11 piani di gestione pluriennali e 11 aree di pesca regolamentata nella regione. Le misure spaziali servono a proteggere habitat essenziali, zone di riproduzione e aree particolarmente vulnerabili, mentre i piani di gestione consentono di intervenire sulla pressione esercitata nel tempo.
Un altro elemento decisivo per la salute del Mediterraneo riguarda gli attrezzi utilizzati. Non tutta la pesca ha lo stesso impatto e non tutte le catture indesiderate possono essere gestite nello stesso modo. Le tecnologie più selettive consentono di ridurre la cattura accidentale di specie non commerciali o di individui di dimensioni non desiderate.
La selettività è importante anche perché consente di intervenire sulla qualità della pesca senza limitarsi alla semplice riduzione dell'attività. Griglie, dispositivi di fuga, maglie adeguate e altre soluzioni tecniche possono diminuire le catture accessorie e rendere più compatibile il prelievo con gli obiettivi di conservazione.
A completare il quadro ci sono i controlli. Le regole funzionano soltanto quando vengono applicate e quando esistono sistemi sufficientemente efficaci per verificare il rispetto delle disposizioni. La pesca illegale può infatti vanificare parte degli sforzi compiuti dalle flotte che rispettano le restrizioni, alterando la pressione reale esercitata sulle popolazioni.
La Commissione europea ha indicato proprio il rafforzamento della governance, la lotta alla pesca illegale e la riduzione dell'eccesso di capacità della flotta tra le priorità per il prossimo decennio di gestione. Nel maggio 2026, l'Unione europea e i Paesi mediterranei hanno inoltre concordato di lavorare a una nuova dichiarazione MedFish4Ever, prevista per il 2027, destinata a definire il quadro di cooperazione per i successivi dieci anni.
La direzione intrapresa è quindi quella di una gestione sempre più basata sui dati. La ricerca scientifica permette di stabilire dove la pressione è maggiore, quali specie mostrano segnali di recupero e quali necessitano invece di ulteriori restrizioni. Il coinvolgimento dei pescatori è altrettanto importante perché consente di confrontare le indicazioni scientifiche con la conoscenza diretta del territorio e delle dinamiche del mare.
Concentrarsi esclusivamente sulla pesca significherebbe però osservare soltanto una parte della situazione. La salute del Mediterraneo dipende da un insieme di fattori che interagiscono tra loro e che negli ultimi anni sono diventati sempre più evidenti.
Il cambiamento climatico rappresenta una delle pressioni destinate ad avere conseguenze più profonde. L'aumento delle temperature marine modifica la distribuzione geografica di molte specie, influenza i cicli riproduttivi e può favorire l'espansione di organismi provenienti da aree più calde. Per alcune popolazioni il riscaldamento può tradursi nella perdita di habitat favorevoli; per altre può aprire nuovi spazi di colonizzazione.
Nel Mediterraneo la presenza di specie non indigene è già una realtà. Alcuni organismi arrivati da altri bacini, anche attraverso l'apertura di nuove vie di comunicazione e l'aumento degli scambi marittimi, si sono stabiliti in determinate aree. Le specie invasive possono entrare in competizione con quelle autoctone, modificare le reti alimentari e creare nuove difficoltà per le attività di pesca.
Il cambiamento climatico interessa anche l'acquacoltura. Il rapporto FAO-GFCM segnala che l'aumento delle temperature, gli eventi estremi, le malattie e le specie non indigene rappresentano rischi rilevanti per la produzione. La necessità di rendere più resilienti gli impianti di allevamento è quindi parte integrante della futura gestione delle risorse acquatiche.
L'acquacoltura, del resto, occupa uno spazio crescente nel sistema alimentare mediterraneo. Nel 2023 la produzione marina e salmastra ha raggiunto circa 940.000 tonnellate, rappresentando oltre il 45% della produzione complessiva di alimenti acquatici considerata dal rapporto regionale. La pesca di cattura ha invece raggiunto circa 1,12 milioni di tonnellate.
Un settore dell'acquacoltura ben gestito può contribuire alla sicurezza alimentare e ridurre parte della pressione sulla pesca selvatica, ma non deve essere considerato una soluzione automatica. Anche gli allevamenti hanno esigenze ambientali, consumano risorse e sono esposti alle conseguenze del riscaldamento del mare, delle patologie e delle alterazioni degli ecosistemi.
Accanto al clima rimangono altre forme di pressione. Le coste mediterranee sono caratterizzate da una forte presenza urbana e turistica, con conseguenze sulla trasformazione degli habitat costieri, sulla qualità delle acque e sulla produzione di rifiuti. Plastica e microplastiche, contaminanti chimici e nutrienti provenienti dalle attività terrestri possono raggiungere il mare attraverso fiumi, scarichi e dilavamento delle superfici.
Anche la perdita di habitat rappresenta un problema importante. Praterie marine, fondali rocciosi, zone umide costiere e altri ambienti svolgono funzioni fondamentali per la biodiversità. Offrono rifugio, alimentazione e aree di riproduzione a numerose specie e contribuiscono al funzionamento dell'intero ecosistema.
Per questa ragione la gestione della pesca non può essere separata dalla tutela degli habitat. Proteggere una popolazione ittica senza conservare i luoghi nei quali quella popolazione cresce e si riproduce significa intervenire soltanto su una parte del problema.
La sfida del prossimo decennio sarà quindi costruire una gestione realmente ecosistemica. La Commissione europea ha indicato tra le priorità della futura cooperazione mediterranea proprio la capacità di adattare la gestione della pesca e dell'acquacoltura al cambiamento climatico, oltre alla necessità di affrontare le conseguenze della diffusione di specie non indigene.