Per molti anni il tonno rosso è stato il simbolo degli effetti più pesanti della pesca intensiva sul Mediterraneo e sull'Atlantico orientale. La sua grande taglia, la crescita relativamente lenta e il valore commerciale molto elevato lo hanno reso una delle specie più ricercate dalle flotte professionali, mentre la domanda internazionale, soprattutto quella legata al mercato giapponese del sushi e del sashimi, ha contribuito ad aumentare ulteriormente la pressione sulla risorsa.
Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila la situazione è diventata particolarmente critica: le catture erano diminuite drasticamente e nel 2007 si era arrivati a circa 10.000 tonnellate, un livello incompatibile con una gestione capace di garantire la conservazione della popolazione nel lungo periodo.
La svolta è arrivata proprio in quella fase, quando l'International Commission for the Conservation of Atlantic Tunas, meglio conosciuta come ICCAT, ha introdotto un piano di ricostituzione molto più severo rispetto alle politiche adottate in precedenza.
L'obiettivo non era semplicemente ridurre il numero di pesci catturati, ma diminuire la mortalità da pesca e creare le condizioni necessarie affinché la popolazione potesse tornare a riprodursi in modo efficace. Sono entrati così in gioco quote più rigide, limitazioni dello sforzo di pesca, periodi di chiusura, controlli sulle flotte e procedure più stringenti per gli sbarchi.
Il recupero non è stato immediato. Una specie migratoria che raggiunge dimensioni notevoli ha bisogno di tempo per reagire alla riduzione della pressione esercitata dalla pesca. Nel corso di circa quindici - vent'anni, tuttavia, gli indicatori biologici hanno iniziato a mostrare un quadro molto diverso da quello di inizio secolo.
L'ICCAT ha progressivamente abbandonato la logica dell'emergenza per arrivare a un sistema di gestione pluriennale basato su procedure scientifiche. La raccomandazione adottata nel 2025 stabilisce infatti che lo stock dell'Atlantico orientale e del Mediterraneo non necessita più delle precedenti misure straordinarie del piano di recupero, aprendo la strada a un vero piano di gestione a medio termine.
Il passaggio è importante anche dal punto di vista culturale. Per anni parlare di pesca di questa specie significava soprattutto parlare di crisi, riduzione delle catture e rischio di impoverimento del Mediterraneo. Oggi il tema è diventato più articolato: la risorsa è tornata sufficientemente abbondante da permettere una crescita controllata dei prelievi, ma la possibilità di pescare di più non significa che si possa tornare alle pratiche del passato. Il recupero rappresenta soprattutto la dimostrazione che una risorsa marina può essere ricostituita quando scienza, regolamentazione e controlli vengono applicati con continuità.
Il principale insegnamento della vicenda riguarda il ruolo delle quote di pesca. Stabilire un limite massimo alle catture significa fissare una soglia che non può essere superata senza compromettere gli obiettivi di conservazione. Nel caso del tonno rosso atlantico, le decisioni non vengono prese soltanto sulla base delle esigenze economiche delle flotte, ma attraverso un sistema nel quale le valutazioni scientifiche del Comitato permanente per la ricerca e le statistiche dell'ICCAT, lo SCRS, hanno un ruolo centrale. Dal 2022 l'organizzazione utilizza una Management Procedure, cioè una procedura di gestione progettata per collegare automaticamente le decisioni sulle catture agli indicatori disponibili sullo stato della popolazione.
È proprio l'applicazione di questa procedura ad avere portato alle nuove decisioni per il periodo 2026-2028. Nel novembre 2025 l'ICCAT ha stabilito un Total Allowable Catch, il quantitativo massimo complessivo prelevabile, pari a 48.403 tonnellate per lo stock dell'Atlantico orientale e del Mediterraneo, con un incremento del 19,3% rispetto al precedente livello. Per lo stock occidentale il TAC è stato fissato a 3.081,6 tonnellate, con una crescita del 13%. L'aumento è quindi significativo, ma non equivale a una liberalizzazione della pesca: rimane inserito all'interno di un sistema pluriennale e sottoposto a verifiche scientifiche.
La stessa filosofia si ritrova nelle regole applicate alla flotta. La quota complessiva viene suddivisa tra Paesi, sistemi di pesca e categorie di operatori, mentre sono previsti limiti specifici per le catture, vincoli temporali e procedure di controllo. Nel 2026 l'Italia dispone di una quota nazionale di 6.182,610 tonnellate, rispetto alle circa 5.283 tonnellate del 2025: un incremento vicino al 17%. Il nuovo assetto italiano prevede inoltre una quota dedicata alla piccola pesca costiera, insieme alle quote destinate a circuizione, palangaro, tonnare fisse e altri segmenti della flotta.
Un altro elemento decisivo è la possibilità di ricostruire il percorso commerciale del pescato. Ogni esemplare sbarcato deve essere identificato e registrato secondo le procedure previste, con sistemi documentali e di controllo che permettono alle autorità di verificare la provenienza della cattura. La tracciabilità non è un dettaglio burocratico: serve a impedire che il prodotto proveniente da attività illegali venga confuso con quello regolarmente pescato. Anche l'ICCAT ha continuato a rafforzare le misure contro la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata, introducendo ulteriori strumenti di controllo dei porti, delle imbarcazioni e degli sbarchi.
Il recupero dello stock è una notizia positiva, ma sarebbe sbagliato trasformarla nella convinzione che il problema sia definitivamente risolto. Le popolazioni marine sono sistemi dinamici e la loro abbondanza dipende da numerosi fattori, dalla pressione di pesca alle condizioni oceanografiche, dalla disponibilità di prede fino alle variazioni delle rotte migratorie. Per una specie altamente migratoria, inoltre, la gestione non può essere affidata a un singolo Paese: le catture effettuate in aree differenti possono riguardare individui appartenenti a popolazioni connesse tra loro.
Uno dei punti più delicati riguarda proprio la velocità con cui aumentano le quote. WWF aveva già espresso preoccupazione in occasione dei precedenti incrementi, sottolineando il rischio che aumenti troppo rapidi potessero vanificare una parte dei risultati ottenuti attraverso anni di restrizioni. L'organizzazione aveva inoltre evidenziato l'importanza di migliorare la tracciabilità della filiera. Il principio resta attuale: quando una popolazione torna in condizioni migliori, la tentazione economica di aumentare rapidamente lo sfruttamento può diventare forte, ma la sostenibilità richiede che la crescita delle catture rimanga compatibile con la capacità naturale di rinnovamento dello stock.
Esiste poi il problema della pesca IUU, acronimo inglese che indica le attività illegali, non dichiarate o non regolamentate. Le stime riportate da Pesceinrete indicano che in alcune aree una quota significativa del pescato potrebbe ancora sfuggire ai circuiti regolari, con valori stimati nell'ordine del 20-30%. Si tratta di un aspetto particolarmente importante perché una quota ufficiale può essere perfettamente sostenibile sulla carta, ma perdere efficacia se una parte delle catture non viene registrata e quindi si aggiunge ai prelievi autorizzati senza essere conteggiata.
Anche la distribuzione delle quote rappresenta una questione aperta. L'aumento del contingente italiano ha consentito di ampliare l'accesso alla risorsa, ma il sistema continua a essere fortemente caratterizzato dalla presenza delle flotte più strutturate. L'ingresso della piccola pesca costiera nel quadro 2026-2028 rappresenta un tentativo di riequilibrio, ma la sua applicazione è ancora sperimentale. La sfida consiste nel trovare un punto di equilibrio tra tutela biologica, redditività delle imprese, continuità delle marinerie tradizionali e trasparenza nella distribuzione delle opportunità economiche.
A tutto ciò si aggiunge il cambiamento climatico. Il riscaldamento delle acque e le modifiche degli ecosistemi possono influenzare distribuzione delle prede, aree di alimentazione e rotte migratorie, rendendo più complessa la previsione dell'andamento degli stock. La gestione sostenibile, quindi, non può essere considerata un risultato acquisito una volta per tutte: deve essere aggiornata sulla base dei nuovi dati scientifici e della capacità degli ecosistemi di assorbire le pressioni.
L'aumento delle quote per il 2026 apre comunque una fase nuova per la filiera. In Italia il contingente nazionale sale a oltre 6.182 tonnellate, mentre una parte della disponibilità aggiuntiva viene destinata anche alla piccola pesca costiera. La circuizione rimane il sistema con il peso maggiore nella ripartizione, seguita da palangari, tonnare fisse e altri segmenti. La novità non riguarda quindi soltanto la quantità complessiva disponibile, ma anche il tentativo di costruire una distribuzione più articolata della risorsa.
Per il settore ittico, una maggiore disponibilità può tradursi in una programmazione commerciale più stabile. Il prodotto fresco occupa naturalmente una fascia premium, particolarmente interessante per ristorazione e pescherie specializzate, mentre il surgelato consente di distribuire il prodotto su periodi più lunghi e raggiungere mercati lontani. Cresce inoltre l'interesse per lavorazioni a maggiore valore aggiunto, come filetti, carpacci, tartare e preparazioni gastronomiche. La maggiore disponibilità della materia prima può quindi avere effetti che vanno oltre la semplice vendita del pesce intero, coinvolgendo trasformazione, logistica, distribuzione e ristorazione.
Il rapporto con il mercato giapponese rimane importante, soprattutto per gli esemplari destinati a sushi e sashimi, ma il Mediterraneo e l'Europa stanno acquisendo maggiore centralità. Italia, Spagna, Francia e Germania rappresentano mercati nei quali la domanda di prodotto fresco e di qualità può beneficiare della maggiore disponibilità. Per gli operatori, tuttavia, la crescita quantitativa non basta: il valore commerciale dipenderà sempre più dalla capacità di dimostrare origine, legalità, qualità e corretta gestione della risorsa.
In questo scenario, la tracciabilità assume anche un valore commerciale. Sapere da quale area proviene il pesce, quale flotta lo ha catturato e attraverso quali passaggi è arrivato sul banco permette di distinguere un prodotto ottenuto nell'ambito di una filiera controllata da uno di provenienza incerta. Per un consumatore sempre più attento all'origine degli alimenti, la sostenibilità non è quindi soltanto una questione ambientale: diventa parte integrante della qualità percepita.
La crescita del contingente deve perciò essere accompagnata da una crescita equivalente della responsabilità lungo la filiera. Più prodotto disponibile significa anche maggiore necessità di verificare che ogni chilogrammo commercializzato rientri nei limiti stabiliti e sia riconducibile a una cattura legale e documentata. Solo in questo modo l'aumento delle quote può trasformarsi in un vantaggio duraturo anziché in una nuova fase di sfruttamento eccessivo.
Per il consumatore, il recupero della specie porta con sé una conseguenza concreta: oggi è possibile guardare al consumo con maggiore serenità rispetto a vent'anni fa, purché la scelta ricada su prodotti provenienti da filiere regolari e controllate. Il punto non è considerare ogni esemplare disponibile sul mercato automaticamente sostenibile, ma comprendere che esiste una differenza sostanziale tra una pesca gestita attraverso quote, controlli e sistemi di tracciabilità e una cattura che sfugge alle regole.
Per ristoratori, chef, pescherie e operatori della distribuzione, la nuova fase rappresenta un'opportunità per valorizzare una materia prima particolarmente pregiata senza ignorare la responsabilità ambientale. La provenienza, la documentazione commerciale e le informazioni sulla filiera diventano elementi da comunicare al cliente con la stessa attenzione riservata alla qualità gastronomica. La sostenibilità, in altre parole, può diventare parte del racconto del prodotto: non un ostacolo alla vendita, ma un elemento capace di rafforzarne il valore.
Anche il consumatore può contribuire scegliendo esercizi commerciali trasparenti, chiedendo informazioni sull'origine e privilegiando prodotti accompagnati dalla documentazione prevista. La domanda del mercato influenza infatti le strategie della filiera: premiare gli operatori che lavorano nel rispetto delle regole significa contribuire a rendere economicamente conveniente la pesca responsabile. La sostenibilità non si esaurisce quindi nel momento della cattura, ma continua sul banco della pescheria, nel ristorante e infine nel piatto.
Il percorso compiuto dall'inizio degli anni Duemila dimostra che la conservazione di una risorsa marina non deve necessariamente contrapporsi alle esigenze economiche della pesca. Al contrario, quando la popolazione viene riportata a livelli più solidi, è possibile costruire un sistema nel quale tutela e attività produttiva convivono. I nuovi TAC approvati dall'ICCAT per il 2026-2028 rappresentano proprio il risultato di questa impostazione: aumentare le catture perché le condizioni dello stock lo consentono, ma farlo all'interno di una procedura di gestione e di controlli che possono essere modificati qualora i dati scientifici mostrassero nuovi segnali di rischio.
La storia del tonno rosso offre quindi una lezione più ampia sul futuro della pesca nel Mediterraneo. Una specie non si salva semplicemente pescando meno, ma costruendo regole credibili, controlli efficaci, dati scientifici affidabili e una filiera capace di dimostrare la provenienza del pescato.